La mia strada è cominciata a Padova, in anni di appassionato studio della psicologia scientifica nelle aule universitarie. Ho sempre amato la scienza. È sincera. A volte romantica. Soprattutto, ci ricorda costantemente la nostra umanità.
Ad attrarmi e nutrirmi, in quegli anni, è stata perlopiù la psicologia sociale, che mi ha aperto la visione sull’uomo e sull’importanza della cura della comunità in cui vive, così come del suo ambiente. Mi ha ricordato che siamo ospiti di un mondo in cui il nostro compito è conoscersi profondamente per ancorarsi alla propria responsabilità personale nelle scelte di vita. Anche quelle apparentemente più banali.
Le scuole che ho più amato in quel lungo periodo di vivace scambio culturale furono inizialmente quella costruttivista e quella interazionista. Parole difficili, forse, che ricordano quanto siano importanti le narrazioni. Le narrazioni che facciamo di noi stessi, dell’altro, di ciò che accade.
Poi arrivò la psichiatria fenomenologica, che in me spazzò via in un colpo l’ossessione psichiatrica per le categorie prestabilite, per le diagnosi e le correlate terapie, farmacologiche o meno.
Al centro, sempre, il vissuto della persona. Qualsiasi esso sia, da qualsivoglia parte provenga.
Allo stesso modo mi sono dedicata profondamente a tutte le discipline di confine tra psiche e corpo: la neuropsicologia, la psicobiologia, la psicofisiologia, fino ad arrivare all’allora nascente neuropsicoendocrinoimmunologia.
Mi ci sono dedicata scegliendo di approfondire perlopiù i meccanismi di base con cui sperimentiamo emozioni, impariamo un linguaggio, muoviamo il nostro corpo; scoprendo l’asse psicofisiologica di azione dello stress ho avuto modo di studiare e riflettere a lungo su quanto il nostro stile di vita influisca sulla creazione di malattie anche gravi del corpo. Su quanto i pensieri ripetitivi, ossessivi e reiterati costantemente possano scavare solchi di dolore, riattivando emozioni dolorose anche del passato. Ho studiato perciò quanto le tecniche di meditazione e di respiro possano essere benefiche nei processi di malattia.
Tutto questo ha aperto la mia mente. In quegli anni ho lasciato che si accumulassero in me domande, passioni, rifiuti, dubbi.
Studiavo a Padova durante l’anno accademico e in estate, nel caldo luglio italiano, correvo ad Assisi, dove per quattro anni frequentai la Scuola di Musicoterapia e alla fine mi diplomai Musicoterapeuta.
Alla scuola di Assisi sperimentavo tutt’altro. Lo studio era focalizzato sulla scuola della psicoanalisi relazionale, che riportava agli esordi della vita, alla relazione madre-bambino e alla potenza della relazione: fu lì che iniziai a studiare che ciò che accade nella relazione terapeutica non è mai lasciato al caso, ma ha ripercussioni precise anche neurofisiologiche sulla persona. È ad Assisi che iniziai il percorso su di me necessario, fondamentale, irrinunciabile per ogni psicologo. L’esordio della mia strada di auto-conoscenza si fonda quindi sulla metodologia della non-verbalità.
Furono anni incredibili. Di scoperta delle profondità dell’inconscio, del mondo interiore. Decisi perciò di iniziare il mio personale percorso di terapia individuale e scelsi la strada della psicoanalisi relazionale.
La laurea nel 2009 e il seguente anno di apprendistato mi portarono finalmente a conseguire l’esame di stato e, nel 2011, diventai finalmente una Psicologa Clinica iscritta all’Ordine.
Cominciai subito a lavorare presso lo studio privato di una collega, dove curavo la testistica psicologica e iniziavo a incontrare persone in percorsi di counselling e consulenza psicologica, conducevo serate, incontri di gruppo, applicavo le tecniche di respirazione e meditazione che avevo appreso nei corsi e sperimentato su di me e, nel frattempo, osservavo.
La mente era affamata di sapere. Le strade possibili di studio, approfondimento e ricerca erano infinite. A quel punto dovevo scegliere la strada teorico-tecnica da seguire per poter intraprendere il mio percorso di studi per diventare Psicoterapeuta.
Intanto però il mio percorso terapeutico tracciava in me sempre nuove strade. Senza che me ne rendessi conto, si riaprivano aree personali fino ad allora sconosciute, si riattivavano connessioni perdute, le emozioni si facevano più intense e, come spesso succede, la mia vita, che prima era più lineare e in qualche modo prevedibile, si fece invece più ricca, complessa, intensa. Per certi aspetti anche… complicata.
Fu in un’estate di crisi profonda che mi trovai a leggere, senza aspettative né ricerca di nulla, un famoso libro di James Hillman “Il codice dell’anima”. Ne fui folgorata. Ad oggi non so dire cosa riattivò in me quel libro. Hillman è, a mio parere, tra gli analisti Junghiani uno dei più radicali. Fu forse proprio questa radicalità a toccarmi interiormente.
Mi parlava di una ricerca di sé senza mezzi termini. Cominciai una febbrile ricerca di chi fosse Carl Gustav Jung. Iniziai a leggere, senza capirne molto, a dire il vero. Mi accorsi subito che era facile trarre dalle parole di Jung e dei sui allievi molte frasi ad effetto che, infatti, si trovano oggi disseminate un po’ ovunque, sui siti o blog che parlano di interiorità e crescita personale.
In realtà in quelle parole c’era molto, molto più che non semplici regole di vita o asserzioni di auto-liberazione dalla società.
Timidamente, quasi con una sorta di soggezione, che mi accompagna tutt’ora quando mi accingo al difficile studio delle OPERE Junghiane, feci richiesta alla Scuola Li. S.T.A. (Libera Scuola di Terapia Analitica) di Milano di poter intraprendere il mio percorso per diventare Psicoterapeuta con loro. E così feci.
Iniziai lo studio approfondito di Jung e degli Junghiani, ricominciai io stessa un nuovo percorso di analisi personale basato su questi presupposti e cominciai a impostare l’incontro con le persone che si rivolgevano a me per la psicoterapia con una nuova ottica.
Ed eccomi qui.
La scuola che da Jung ha preso vita ha saputo raccogliere le mie molteplici domande. Senza mai fornirmi risposte, quantomeno risposte certe.
Jung è stato un grande scienziato. Un eccellente teorico. Un uomo cercatore di se stesso.
Non ha creato religioni, solo ha saputo incontrarsi ed incontrare l’altro, compreso l’Altro presente in ognuno di noi.
E questo è il suo lascito, che mi impegno, per la mia vita e per quella delle persone che decidono di lavorare con me, ad accogliere.